“Ce vulimmo bene e ce vulimmo magnà”: la mia Napoli festeggia la cucina italiana Patrimonio UNESCO

Quando ho sentito alla radio che la cucina italiana è stata riconosciuta Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO, ho spento il fuoco sotto al sugo e mi sono seduta.
Un’emozione improvvisa, quasi infantile, mi ha attraversato: era come se l’Italia intera, con i suoi profumi e i suoi accenti, fosse riunita nella mia cucina.
“Era ora!”, ho detto sottovoce, mentre il basilico fresco continuava a diffondere nell’aria quel profumo pieno di sole che sa di casa, d’estate, di domeniche in famiglia. Noi italiani, e noi napoletani in particolare, abbiamo un rapporto viscerale con il cibo. Non lo viviamo come nutrimento, ma come linguaggio. Ogni piatto racconta chi siamo, da dove veniamo e chi abbiamo amato.
Per questo, questa notizia non è solo un riconoscimento simbolico: è una dichiarazione universale d’identità. Le voci della mia cucinaA Napoli, la cucina non si impara, si respira.
Nel rumore dei mestoli che battono sul bordo delle pentole, nel sfrigolio dell’olio che accoglie l’aglio, nei racconti delle nonne che dosano con gli occhi, mai con la bilancia.
Mia nonna mi diceva sempre: “Rosmù, ‘a cucina parla. Basta saperla ascoltare.”
Aveva ragione. Ogni suono, ogni profumo è una parola di un linguaggio antico, quello dell’attesa, della dedizione, dell’amore. Oggi, mentre cucino, sento ancora la sua voce. Tengo tre mestoli in cucina: uno d’alluminio, per i giorni di festa; uno di legno, per il ragù di domenica; e un mestolino piccolo, “’o mestoliniello”, con cui assaggio, perché assaggiare non è un peccato, è un dovere morale!
Eduardo De Filippo diceva: «Io so’ napulitano e tu nun si scurdà. ‘A vita è comm’a ‘nu piatto ‘e maccarun: si ‘o cuoceno buono, t’aggia rallegrà.»
In fondo, cucinare bene è questo: fare la pace con la vita, un piatto alla volta. Un patrimonio vivo, non un museo. Il riconoscimento dell’UNESCO sancisce qualcosa che gli italiani portano nel cuore da sempre: la cucina come patrimonio vivente.
Un patrimonio che non si conserva in una teca, ma che vive, respira, cambia.
Ogni giorno, nei mercati rionali e nelle cucine familiari, la tradizione dialoga con la modernità.
La cucina italiana è una comunità di saperi e di gesti, non una somma di ricette. Io ho imparato cucinando con mia madre, osservando, chiedendo, annusando.
Niente libri, nessuna misura, solo voce e memoria. “’E ricette nun s’ ’e scrivono, s’ ’e raccontano”, mi diceva.
E quel racconto, oggi, è diventato patrimonio dell’umanità.
Perché è nell’atto stesso di preparare, di offrire e di condividere che si manifesta la nostra vera cultura: una cultura fatta di convivialità, lentezza, rispetto per la materia e per le persone. Totò, Sophia e la nobiltà del gusto, Totò amava ripetere: «Signori si nasce, e io modestamente lo nacqui.»
In qualche modo, anche la nostra cucina nasce signora: ha nobiltà nel sangue, anche quando si presenta povera.
Un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino, nelle mani giuste, diventa opera d’arte.
Sophia Loren, simbolo eterno della sensualità mediterranea, amava ricordare con ironia: «Tutto quello che vedete, lo devo agli spaghetti.»
Io le do ragione. Ma aggiungo che tutto quello che siamo lo dobbiamo a chi ci ha cucinato con amore. Il giorno della festa: Quando ho saputo della decisione dell’UNESCO, ho deciso di festeggiare come so fare meglio: cucinando!
Ho preparato la genovese, con quella lentezza che profuma di pazienza e di cipolla dolce;
le zeppoline di alghe, leggere e dorate, che raccontano il mare e le mie estati da bambina;
poi i babà, lucidi e impertinenti, come piccoli sorrisi di rum; e naturalmente ‘a pizza, vera, col cornicione arioso e il pomodoro che si scioglie al centro come un tramonto nel Golfo. Quando la tavola è stata pronta, colorata e vivace come una strada di Spaccanapoli, ho alzato il bicchiere e ho detto: “Stasera non festeggiamo solo la cucina italiana: festeggiamo la nostra identità, la nostra memoria, il nostro modo di amare. ”E in quel momento ho sentito che l’Italia era a tavola con me: dalle Alpi fino a Lampedusa, unita da un gesto antico e universale, condividere il cibo.
“E che nun se scurdasse maje…”Prima di sedermi a mangiare, ho scritto una frase nel mio taccuino di cucina:
“A tavola, l’Italia è una sola. ”Perché al di là delle differenze regionali, dei dialetti, delle mode, la nostra forza sta nella semplicità di riunirci intorno al cibo.
Il riconoscimento UNESCO è un traguardo culturale, ma anche economico: tutela i prodotti autentici, difende la biodiversità agricola, valorizza il lavoro silenzioso di milioni di artigiani e contadini.
È un invito a custodire con consapevolezza i sapori che ci definiscono. Come scriveva Eduardo: «Adda passà ‘a nuttata, sì… ma doppo ce vulimmo magnà ‘nu piatto ‘e paccheri.»
E io, napoletana orgogliosa, lo dico con un sorriso:
“La cucina è vita, e ora, finalmente, lo sa pure il mondo intero.”

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