Tra le pieghe della Valle Isarco, dove le montagne sembrano custodire silenzi antichi e il vento porta con sé il profumo della pietra e delle vigne, esiste un luogo in cui il tempo non si è mai davvero fermato, ma ha imparato a scorrere con pazienza. È l’Abbazia di Novacella, uno dei complessi monastici più affascinanti dell’arco alpino, fondato nel 1142 a pochi chilometri da Bressanone.
Arrivando qui, la prima impressione è quella di entrare in una piccola città racchiusa tra mura antiche. Torri, chiostri, giardini, cortili: ogni pietra racconta nove secoli di storia. Ma Novacella non è soltanto un monumento. È un luogo vivo, abitato ancora oggi dai Canonici Agostiniani, dove spiritualità, arte e lavoro della terra convivono con naturalezza.
E tra queste mura, il vino non è semplicemente un prodotto. È parte della memoria.
Pochi luoghi al mondo possono vantare una tradizione vitivinicola tanto lunga e continua. All’Abbazia di Novacella la coltivazione della vite accompagna la vita del monastero fin dal XII secolo, quando persino il pontefice Papa Alessandro III riconobbe ufficialmente ai canonici la proprietà dei vigneti circostanti.

Da allora la viticoltura è diventata uno dei pilastri dell’identità abbaziale. Oggi la tenuta conta circa cento ettari di vigneti, distribuiti tra le altitudini della Valle Isarco e la tenuta Marklhof a Cornaiano, dove il clima più mite favorisce la coltivazione delle varietà a bacca rossa.
Qui, tra pendii che sfiorano i 900 metri di quota, la vite affronta escursioni termiche marcate, terreni morenici e stagioni brevi. È una viticoltura di montagna, fatta di pazienza e precisione, che regala vini bianchi di straordinaria finezza: Sylvaner, Kerner e Riesling sono le voci principali di questo coro alpino. La cantina produce circa 800.000 bottiglie l’anno ed esporta in oltre quaranta Paesi, ma il cuore del lavoro rimane profondamente legato al territorio.
Camminando nei vigneti che circondano l’abbazia si percepisce chiaramente come tradizione e innovazione qui non siano mai state in contrasto. L’azienda, guidata dall’enologo Lukas Ploner e dal responsabile vendite e marketing Werner Waldboth, ha intrapreso già dal 1992 un percorso di viticoltura a impatto climatico zero, anticipando di decenni molte sensibilità oggi diffuse nel mondo del vino.
Il risultato sono vini capaci di raccontare il territorio con precisione quasi geografica.
Il vertice qualitativo della produzione si esprime oggi in due etichette simbolo: il Sylvaner Stiftsgarten, nato dal vigneto storico accanto all’abbazia, e il Pinot Nero Riserva Vigna Oberhof proveniente dalla tenuta di Cornaiano. Due vini che rappresentano la sintesi di un lungo lavoro di selezione dei terroir più vocati.
Ma l’Abbazia di Novacella non è soltanto una cantina. È un universo culturale.

Entrando nel complesso si attraversano secoli di architettura: il chiostro gotico affrescato, la basilica barocca, la celebre biblioteca rococò con oltre ventimila volumi, considerata una delle più belle dell’Europa meridionale germanofona. Nel cortile interno spicca il suggestivo Pozzo delle Meraviglie del 1669, mentre all’ingresso la Cappella di San Michele ricorda nelle forme Castel Sant’Angelo.
Accanto all’arte e alla spiritualità, continua la vocazione all’accoglienza che caratterizza il monastero sin dal Medioevo, quando qui sostavano i pellegrini diretti a Roma.
Oggi ogni anno circa 60.000 visitatori attraversano questi spazi, tra visite guidate, degustazioni, passeggiate nei vigneti e momenti di quiete nel giardino abbaziale. Nel complesso si trovano anche una foresteria, un’enoteca e l’Osteria abbaziale, dove la cucina alpina dialoga naturalmente con i vini della casa.
La comunità dei Canonici Agostiniani – oggi guidata dall’abate Eduard Fischnaller – continua a vivere questo luogo con lo stesso spirito con cui fu fondato quasi novecento anni fa: custodire, coltivare, trasmettere.
In fondo, è proprio questo il segreto di Novacella.
Qui il vino non è soltanto il frutto della vite, ma il risultato di una lunga fedeltà al tempo.
Una fedeltà fatta di preghiera, lavoro, studio e terra.
Ed è forse per questo che, al tramonto, quando la luce scende lenta sulle vigne della Valle Isarco, le bottiglie di Novacella sembrano raccontare qualcosa di più di un semplice vino: raccontano la storia di un luogo dove nove secoli non sono passato, ma presente che continua a fermentare.

